Sarebbe bastato avere ancora un sogno

C’era una volta un grande partito politico. Si chiamava Partito Comunista Italiano. Era nato a Livorno proprio cent’anni fa, nel 1921, lo stesso anno di uno dei miei nonni. Lo trovavi in tutta Italia, ma qua da noi in Emilia era speciale, perché non era solo un partito. Permeava la vita quotidiana, specie nei paesi. C’era la Casa del Popolo, le feste dell’Unità, i ragazzi che andavano a distribuire l’Unità nelle case alla domenica. E soprattutto c’era il suo popolo. Era una popolo un po’ strano, i cui membri si chiamavano fra di loro “compagni”, [1] che da fuori faceva un po’ ridere, soprattutto quando nelle riunioni (che si chiamavano sempre “attivo” o “collettivo”) o alle Feste dell’Unità alcuni di loro si scannavano a parole. E poi c’era tutta una gerarchia, le sezioni, le federazioni, le unioni regionali e la Direzione, a Roma, in via delle Botteghe Oscure al numero 4, a due passi da Piazza Venezia, con la libreria Rinascita al piano terra e quel suo aspetto austero. E la scuola di politica, a Frattocchie dove si mandavano a studiare i ragazzi che magari un giorno sarebbero diventati sindaci, assessori o parlamentari o chi lo sa.
Ma quel popolo, non aveva solo i suoi strani riti popolari: quel popolo sognava. Quelle persone, quegli uomini e quelle donne sognavano. Sognavano un mondo migliore, dove nessuno soffrisse la fame, dove c’era posto per tutti, dove si viveva in pace. Certo molti sogni erano creati su basi sbagliate e seguendo modelli sbagliati, molti di loro lo avrebbero capito troppo tardi o non lo avrebbero capito mai. Ma tutti sognavano. E a volte quel sogno si riusciva a tramutare in realtà, anche solo in parte, come succedeva spesso qua da noi, dove il comunismo veniva declinato secondo un modello tutto nostro (“Il comunismo? Il capitalismo gestito da noi”, dicevano i vecchi compagni), dove lo stesso Togliatti, quando veniva in visita rimaneva estasiato dicendo “qua da voi le cose funzionano”. C’era un sogno bellissimo, come raccontato meravigliosamente da Gaber nella sua “Qualcuno era comunista”.
Oggi guardo la politica e del sogno non v’è più traccia. La politica non fa più sognare nessuno o forse nessuno fa più quei sogni che con la politica si cercava di tramutare in realtà. Appiattiti sulle nostre vite, che il COVID ha provveduto a far diventare ancora di più solitarie, ci facciamo andar bene qualunque cosa, fino a trasformare un banale avvocato di provincia nel nostro Charles De Gaulle degli anni 2020.
Il novecento se n’è andato con le sue utopie, le sue brutture e anche le sue meraviglie e si è portato via anche il sogno, lasciandoci orfani. La politica è diventata solo gazzarra, slogan e tifo da stadio.
Sarebbe bastato avere ancora un sogno a cui aggrapparsi, un mondo migliore da immaginare e il coraggio di lottare per le proprie idee. Ma tutto questo non c’è più, sostituito solo dal rumore degli slogan, delle fake news, dei post fatti solo per prendere like. Le idee hanno abdicato alla ricerca del consenso fine a sé stesso, ad un simulacro di politica vuoto di contenuti, ma di impatto sui cittadini. E tutto questo si è portato via l’erede di quel partito, l’unica forza riformista esistente in Italia, diventato un’inutile appendice del peggior partito populista e quasi peronista mai visto dalle nostre parti.
Sarebbe bastato sognare ancora, ma forse il ventunesimo secolo, a differenza dei due che lo hanno preceduto, non è più il tempo per i sognatori.

[…]
Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice
Solo se lo erano anche gli altri
Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo
Perché sentiva la necessità di una morale diversa
Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno
Era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita
Qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come
Più di se stesso: era come due persone in una
Da una parte la personale fatica quotidiana
E dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo
Per cambiare veramente la vita
No, niente rimpianti
Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare
Come dei gabbiani ipotetici
E ora?
Anche ora ci si come sente in due
Da una parte l’uomo inserito
Che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana
E dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo
Perché ormai il sogno si è rattrappito
Due miserie in un corpo solo

[1] Un mio caro amico, molto più grande di me e con una lunga militanza nel PCI una volta mi fece notare che era una parola bellissima, perché viene dal latino “Cum Panis”, cioè colui con cui condividi il pane.

Mezza bolognese e mezza romagnola, ingegnere, mamma, moglie e tante altre cose.
Terribilmente nerd, curiosa come un gatto, cerco capire e conoscere le cose e le persone.
Orgogliosamente a sinistra da sempre.

50 anni, bolognese (come gli altri due) , informatico, geek, liberal nel senso più ampio del termine, lancio idee che non segue quasi mai nessuno (nemmeno io). Conosciuto in giro per la rete con svariate identità, non lo faccio per generare fakes ma perché soffro di personalità multipla